Che le patatine fritte non siano un cibo salutare, probabilmente è cosa assodata.
Vista la loro appetitosità, tuttavia, è piuttosto diffuso il consumo di questa pietanza. Non solo fra gli adulti, ma molto spesso anche tra i bambini. Tuttavia, un recente studio condotto in collaborazione da Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, della durata di 8 anni, ha evidenziato che un consumo frequente di patate fritte (oltre due volte a settimana) è correlato ad un aumento del rischio di mortalità prematura. Un’associazione che non è emersa per altri tipi di preparazioni delle stesse patate. In questa ricerca, 4.440 uomini e donne nordamericani, di età compresa tra 45 e 79 anni, seguiti per 8 anni, sono stati suddivisi in 5 categorie in base ai livelli di consumo di patate (fritte, o preparate in altro modo): meno o pari a una volta al mese, 2-3 volte al mese, 1 volta alla settimana, 2 volte alla settimana, 3 o più volte alla settimana. Al termine del periodo di osservazione non è stata rilevata alcuna correlazione tra il consumo complessivo di patate e la sopravvivenza; invece, il consumo di patate fritte (confezionate -chips o fritte - French fries) per due volte alla settimana o più è risultato associato a un significativo aumento del rischio di mortalità, che addirittura raddoppia, indipendentemente da altri fattori. I ricercatori sottolineano gli elementi che potrebbero spiegare questo dato: negli Stati Uniti, chips e French fries contengono spesso acidi grassi trans e molto sale. Altre sostanze potenzialmente lesive, derivanti dalla frittura ad alte temperature (acroleina, acrilamide, furano) potrebbero contribuire all’effetto osservato. Gli autori hanno peraltro confermato un dato osservazionale importante: chi sceglie più volte alla settimana le patate fritte mostra spesso abitudini alimentari complessivamente scorrette. E’ quindi anche possibile che un elevato consumo di papate fritte sia semplicemente un marker di uno stile di vita poco salubre. Non pensiamo che queste abitudini tuttavia siano solo un fenomeno "americano" legato ad una tradizione di fast food (o meglio sarebbe dire "junk food") piuttosto diffuso nel costume degli Stati Uniti. Anche nel Regno Unito, secondo il National Food Survey del governo, ad esempio è stato registrato nel 2014 rispetto al 1974 un aumento di tre volte maggiore dei consumi di patatine fritte acquistate al supermercato. In Italia (dati del 2014) si producono 17 milioni di quintali di patate di cui 1,8 sono destinati alla trasformazione industriale; di questi ultimi 600mila quintali diventano chips (le patatine fritte confezionate) mentre 1,1 milioni di quintali stick (dati Assopa). La sottovalutazione dell'impatto del cibo sulla nostra salute sta diventando un fenomeno preoccupante. In particolare nella popolazione pediatrica. Sono infatti i bambini le prime vittime di questo “dirottamento alimentare”: da uno studio condotto dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica JAMA Pediatrics è emerso un quadro allarmante. Su circa 5.700 bambini tra i 2 e i 6 anni di età visitati tra il 2011 ed il 2012 da pediatri della FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), circa 600 (il 10%) ha sviluppato sovrappeso o obesità’ nell’ultimo anno; per il 40% dei piccoli che hanno potuto sostenere un prelievo di sangue è stata rilevata un’anomalia metabolica (colesterolo alto, pressione alta, glicemia elevata). E' bene quindi non sottovalutare l'impatto di certi cibi nella alimentazione quotidiana. Se proprio non potete farne a meno o durante un piacevole weekend, concedetevi anche un piatto di patatine fritte ogni tanto, ma sempre con molta moderazione. |
Perchè questo blog?"Pillole di benessere" è il mio "block notes" virtuale. Qui appunto le mie riflessioni sulle più recenti evidenze cliniche su stili di vita, nutrizione e integrazione alimentare. Archivi
Febbraio 2019
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